sabato 26 gennaio 2013

Estetica trascendentale e bellezza: dov'è finito l'Eros?


Gocce di pioggia finemente disperse si accalcavano sulla vetrina che come un occhio attento si apriva sul fronte strada di quel corso principale. La luce che la illuminava di tanto in tanto crepitava l’incertezza con cui quell’occhio sembrava calasse la palpebra. Istanti appena accennati in cui un calo di tensione o un più probabile difetto dell’impianto elettrico, lasciavano pensare al riflesso ormai stanco con cui quella vecchia vetrina reagiva agli stimoli invadenti che il corso continuava a propinarle. Per tutta la sera. Per tutta la notte. Si. Forse stanco! Ma anche un ammiccamento a cui non riuscivo a resistere. Puntualmente mi stringeva l’occhio ed io attraversavo la strada e mi fermavo. Lì davanti! Col naso quasi attaccato al vetro per evitare i riflessi di quei lampioni che lì davanti invece, ostentavano sicurezza.

Mi affascinava quella vetrina. Col suo piccolo mondo espressionista a cui il vecchio proprietario della galleria ogni tanto cambiava prospettiva spostando i quadri. Come se i nuovi accostamenti potessero rendere un’emozione diversa al passante. Però funzionava! Con me funzionava! Ci cascavo sempre e qualche volta ero  persino entrato. A me piacevano le avanguardie storiche, e quel vecchietto era un dadaista convinto. Lui c’era! A quel tempo lui c’era, così per lui futurismo e cubismo non erano parole astratte che nella migliore delle ipotesi avevano rappresentato qualcosa. Erano qualcosa! Si! Erano lo spirito. La prima volta che entrai lì dentro macchine treni ed altri oggetti strani sembravano sfrecciare da una parete all’altra solo per confondere l’osservatore. Cercai di inseguire quei movimenti, di memorizzare quei colori. Ma evidentemente gli apparvi confuso. Allora quel vecchietto mi si avvicinò con un libro di Kandinskij che titolava “ Sullo spirituale nell’arte ” e aprendolo teatralmente mi lesse le due righe che ne sintetizzavano il contenuto. Riportai lo sguardo su quel groviglio di colori e di forme che dopo quella sintesi appassionata mi coinvolsero per sempre. Si. Aveva ragione! Kandinskij aveva ragione. E la passione da cui quella persona si faceva ancora coinvolgere ne era testimonianza.

All’arte non serve rappresentare il mondo, ma esprimere l’interiorità dell’artista. Allora l’artista per fare arte non contempla davanti al mondo: ma interviene! Già! Interviene! Moto. Velocità! Dominio delle cose. Il bisogno di uscire dall’alienazione di un mondo che si andava sempre più organizzando. Ford. Fiat. E poi Taylor. Dov’era lo spirito a cavallo del ‘900! L’organizzazione sociale stava disumanizzando l’interiorità! E la risposta fu quella espressionista. Che a quell’organizzazione sociale ed al suo modo di rapportarsi con gli oggetti si contrappose con la liberazione dell’espressione dalle convenzioni. È la libertà di rappresentare il mondo al di fuori di qualunque schema ricevuto. La rivolta dell’interiore sull’esteriore. La rivolta al razionalismo metafisico di Hegel, che nell’attribuire realtà a tutto ciò che è razionale e viceversa limita l’imprevedibile libertà dell’uomo. Si. Quel vecchietto partì con così tanta passione. Poi richiuse accuratamente quel libro, lo guardò, e lo tirò su una sedia con un gesto misurato che però non gli impedì di franare oltre e cadere per terra. Mi era simpatico! Ma rimasi sorpreso per quella contraddizione. La cura con cui lo teneva in mano per leggermi quelle righe. E poi quel gesto! Sciatto. Trascurato. Incapace di  accostare quella sensibilità che fin lì era stata così attraente. E poi! “ Ricorda! “ Mi disse subito dopo con lo sguardo sofferente al libro che era planato poco più in là. “ Liberare l’espressione dalle convenzioni ci rende liberi.” E poi spalancando quegli occhietti vispi e lucenti mi sorrise con quell’espressione curiosa che un vecchietto forse avrebbe dovuto dimenticare da tempo. Ed invece! Già! Mi piaceva. “ Io sono, noi siamo! “ La sua vocina continuò, tagliando l’attimo di silenzio che stava inglobando la mia riflessione. “ È abbastanza! Ora dobbiamo cominciare! La vita è nelle nostre mani. Barcolla insensatamente, ma noi stiamo fermi e vogliamo diventare il suo pugno e le sue mete. “ Mi colpì nel vivo della carne e quella ferita cominciò a bruciare. E poi quel bruciore si trasformò in riflessioni contorte ed aggrovigliate a quel concetto di esistenza che mi stava tormentando: forse perché non riusciva a venire fuori libero. Da tutte quelle convenzioni. Quelle che quel vecchietto sembrava manipolare con tanta facilità. Con tanta passione. Si. Forse era quello il segreto. Quella passione! Quella che poi ti fa pensare che il mondo potrebbe anche non essere vero. Ma in fondo che importa! A chi importa! Ciò che importa è che vuole tornare a casa, anche per mezzo della mia personalità forse. Per mezzo della verità! Si. È abbastanza! Ora dovrei cominciare! Quella frase mi aveva sprofondato dentro un attimo di silenzio che quel vecchietto accolse divertito,  mimando con le braccia la velocità che quelle sue macchine appese ai muri lasciavano intendere proprio sfrecciando da una parete all’altra. Già! Quella sua passione lo aveva sostenuto, e gli avrebbe permesso di tornare a casa. Con quel suo modo di essere. Con quella sua verità! Con quella sua passione indiscutibile ed inarrivabile a chi non è capace di vedere. Di ascoltare. Si. Di tornare a casa! Là dove l’essere non è semplicemente l’oggetto che ti sta davanti. Quella forma definita che sono capace di pensare. Anche, ma non solo perché mi sta davanti. Ed allora! Se io sono qui con la mente attorcigliata attorno a quella forma e sono capace di riempirla con i miei problemi e con i miei contenuti, allora io non sono definito, non sono un oggetto. Ne quello ne altri. Già. Io. Singolo, la cui libertà sfugge ad ogni definizione. Ecco! Che tutto ciò che è reale è anche razionale perde consistenza e poi affonda nella sua definizione. Si. Poi affonda! Già.

Io, singolo. Una determinazione interiore che si eredita e poi si tramanda. Uno sguardo a quell’eredità che il nostro Io getta ogni volta in quella direzione forse spinto da un imperativo intimo geneticamente improntato al futuro. Quel futuro a cui lo spirito ammicca forse perché sa! Forse perché è già storia. Già eredità. Senza la pretesa di voler essere assoluto come le formule Hegeliane vorrebbero lasciar pensare. O di poterlo diventare percorrendo quella forma a spirale dentro cui Benedetto Croce imbriglia la storia. Che non finisce. Che non può finire! Già! Non può finire! Ed allora lo spirito potrebbe essere un impulso a cui siamo costretti. Che non si sazia mai. Perché deve divenire. Dovrà sempre divenire. Dentro quella spirale! Senza nessuna possibilità di acquietamento.

Non so perché. Già! Ma quel personaggio mi era davvero simpatico. Ogni tanto attraversava i miei sogni con la rapidità che quei suoi quadri ti lasciavano inseguire per poi lasciarti lì, col naso sulla vetrina, ad inseguire invece quei sogni che la pioggia grondando dal mio pastrano lasciava poi come corpi morti, lì, a galleggiare, ai miei piedi. E poi. Guardarli. Così, un po’ dall’alto, galleggiare in una pozza che li recinta e poi li limita a quelle opportunità che caso e destino a volte sembrano contendersi. Sembrano rubarsi. Urtandosi e lambendosi dentro una pozza che la vita alimenta ed a volte prosciuga. Lasciandoli lì a disegnare motivi inaccessibili alla ragione ma non a quel senso dell’estetica che sembra invece ricomporre tutto come in un quadro espressionista. Si. Quel vecchietto dadaista aveva ragione. La passione! È la passione che alimenta quella pozza. Permettendo ai sogni di galleggiare. Così che urtandosi e lambendosi possano disegnare forme incomprensibili ma esteticamente perfette. Incomprensibili alla ragione forse! Ma non all’anima che evidentemente con quei concetti estetici trova più familiarità. Già. La rivolta dell’interiore sull’esteriore. La sensibilità di quel movimento artistico era ferocemente aggrappata alla vita, ed ogni volta che incrociavo quel vecchietto non mancavo di ricordarmelo. Non mancava di ricordarmelo. “ Vedi! “ Cominciava con quella vocina tagliente un gesto che poi la sua mano continuava su una tela allo stesso modo in cui il suo spirito stava vivendo quell’attimo. “ Chissà perché sono qui! In questo momento! In questo modo. Non so! Sai, forse per eredità! O magari pigrizia! Qualcuno lo chiama destino! Io credo che ci sia un senso estetico della finalità. Un senso in cui piacere e dispiacere confluiscono in forme esteticamente perfette. “ Quelle forme astratte che la sua sensibilità artistica evidentemente tirava fuori dall’interiorità. Si! La rivolta dell’interiore sull’esteriore! Si. Quel sentimento che mi teneva lì sotto la pioggia a guardare forme che la ragione avrebbe considerato macchie. Inutilmente penetrabili. Inutilmente traducibili. Allora la ragione forse è il faro ma non la luce! Ed in quella sua Critica della facoltà del giudizio Kant forse l’aveva vista lunga nell’associare il sentimento di piacere e di dispiacere con la facoltà di giudizio e con quel principio a priori della finalità. Una rivoluzione dell’intera filosofia critica. E trascendentale. Si. Soprattutto nel proporre quella struttura trascendentale dell’uomo in cui tensione conoscitiva e destinazione morale si fondono. Si urtano. Si lambiscono. E lo fanno più facilmente attraverso quella riflessione in cui giudizio e sentimento si ritrovano nella pozza dell’esperienza estetica. A galleggiare. Disegnando forme che forse la finalità suggerisce loro. Ecco! Quell’estetica trascendentale che tratta delle forme a priori della sensibilità. Che poi Kant associa alla Logica trascendentale che invece tratta delle leggi dell’intelletto. Ed allora Estetica e Logica ricostruiscono la struttura trascendentale dell’uomo. Della conoscenza.

Trascendentale perché è a priori! Perché è la luce! Non il faro! E perché le forme a priori della sensibilità e i concetti puri dell’intelletto, non possono abbandonarsi! Si non possono abbandonarsi! Perché i pensieri senza contenuto sarebbero vuoti ovvero le intuizioni senza concetti sarebbero cieche. Inutili! Conoscenza allora! Sapere! E magari verità! Dove sensibilità ed intelletto sono funzioni conoscitive diverse ma entrambe indispensabili. Non sono solo lo strumento. Il faro! Diventano la luce. Si. La luce! Quella che illumina ed allo stesso modo emoziona. Quella che ha lasciato pensare a Kant che la bellezza potesse anche essere simbolo della moralità. Perché bello e bene entrano dentro quella sua riflessione nel modo immediato e disinteressato del piacere o in quello mediato e interessato del giudizio morale che obbliga invece la ragione a un dover essere. Già! Dover essere! Quel dover essere. Quello che obbliga. Alla rivolta dell’interiore sull’esteriore. Quello che contrappone l’universalità soggettiva del giudizio estetico all’universalità oggettiva del giudizio morale. Già. Logica trascendentale e intelletto. Quel pensare a priori. Che nulla ha a che fare col giudizio bigotto e perbenista. Così se la ragione viene fuori con tutto il suo peso e la sua superiorità anche nel giudizio del bello allora il gusto potrebbe persino essere funzionale alla destinazione morale dell’individuo. Quell’individuo che quel vecchio dadaista incarnava così bene proprio nel riuscire a mediare intelletto e sensibilità, attraverso quella creatività capace di pensare e comunicare l’inesprimibile. Si! L’inesprimibile. Come quella sensazione con cui una comprensione inattesa ti può lasciare.

Così, con lo sguardo su quelle macchine che ostentavano il loro dinamismo lasciando intendere di poter balzare da una parete all’altra, e col pensiero su quel fare baluginante con cui le luci al neon della vetrina sembravano richiamare i passanti, rimasi lì davanti col naso su quel vetro che le gocce di pioggia disegnavano confusamente. Mentre quelle che il mio pastrano aveva raccolto fino a quel momento scendevano pigre ed altrettanto confuse per poi raccogliersi lì sotto, ai miei piedi, per permettere ai miei sogni di galleggiare, ed alla bellezza forse di non morire…..

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