Gocce di pioggia finemente
disperse si accalcavano sulla vetrina che come un occhio attento si apriva sul
fronte strada di quel corso principale. La luce che la illuminava di tanto in
tanto crepitava l’incertezza con cui quell’occhio sembrava calasse la palpebra.
Istanti appena accennati in cui un calo di tensione o un più probabile difetto
dell’impianto elettrico, lasciavano pensare al riflesso ormai stanco con cui
quella vecchia vetrina reagiva agli stimoli invadenti che il corso continuava a
propinarle. Per tutta la sera. Per tutta la notte. Si. Forse stanco! Ma anche
un ammiccamento a cui non riuscivo a resistere. Puntualmente mi stringeva
l’occhio ed io attraversavo la strada e mi fermavo. Lì davanti! Col naso quasi
attaccato al vetro per evitare i riflessi di quei lampioni che lì davanti
invece, ostentavano sicurezza.
Mi affascinava quella vetrina.
Col suo piccolo mondo espressionista a cui il vecchio proprietario della
galleria ogni tanto cambiava prospettiva spostando i quadri. Come se i nuovi
accostamenti potessero rendere un’emozione diversa al passante. Però
funzionava! Con me funzionava! Ci cascavo sempre e qualche volta ero persino entrato. A me piacevano le
avanguardie storiche, e quel vecchietto era un dadaista convinto. Lui c’era! A
quel tempo lui c’era, così per lui futurismo e cubismo non erano parole
astratte che nella migliore delle ipotesi avevano rappresentato qualcosa. Erano
qualcosa! Si! Erano lo spirito. La prima volta che entrai lì dentro macchine
treni ed altri oggetti strani sembravano sfrecciare da una parete all’altra
solo per confondere l’osservatore. Cercai di inseguire quei movimenti, di
memorizzare quei colori. Ma evidentemente gli apparvi confuso. Allora quel
vecchietto mi si avvicinò con un libro di Kandinskij che titolava “ Sullo
spirituale nell’arte ” e aprendolo teatralmente mi lesse le due righe che ne
sintetizzavano il contenuto. Riportai lo sguardo su quel groviglio di colori e
di forme che dopo quella sintesi appassionata mi coinvolsero per sempre. Si.
Aveva ragione! Kandinskij aveva ragione. E la passione da cui quella persona si
faceva ancora coinvolgere ne era testimonianza.
All’arte non serve rappresentare
il mondo, ma esprimere l’interiorità dell’artista. Allora l’artista per fare
arte non contempla davanti al mondo: ma interviene! Già! Interviene! Moto.
Velocità! Dominio delle cose. Il bisogno di uscire dall’alienazione di un mondo
che si andava sempre più organizzando. Ford. Fiat. E poi Taylor. Dov’era lo
spirito a cavallo del ‘900! L’organizzazione sociale stava disumanizzando
l’interiorità! E la risposta fu quella espressionista. Che a
quell’organizzazione sociale ed al suo modo di rapportarsi con gli oggetti si
contrappose con la liberazione dell’espressione dalle convenzioni. È la libertà
di rappresentare il mondo al di fuori di qualunque schema ricevuto. La rivolta
dell’interiore sull’esteriore. La rivolta al razionalismo metafisico di Hegel,
che nell’attribuire realtà a tutto ciò che è razionale e viceversa limita
l’imprevedibile libertà dell’uomo. Si. Quel vecchietto partì con così tanta
passione. Poi richiuse accuratamente quel libro, lo guardò, e lo tirò su una
sedia con un gesto misurato che però non gli impedì di franare oltre e cadere
per terra. Mi era simpatico! Ma rimasi sorpreso per quella contraddizione. La
cura con cui lo teneva in mano per leggermi quelle righe. E poi quel gesto! Sciatto.
Trascurato. Incapace di accostare quella
sensibilità che fin lì era stata così attraente. E poi! “ Ricorda! “ Mi disse subito
dopo con lo sguardo sofferente al libro che era planato poco più in là. “ Liberare
l’espressione dalle convenzioni ci rende liberi.” E poi spalancando quegli
occhietti vispi e lucenti mi sorrise con quell’espressione curiosa che un
vecchietto forse avrebbe dovuto dimenticare da tempo. Ed invece! Già! Mi
piaceva. “ Io sono, noi siamo! “ La sua vocina continuò, tagliando l’attimo di
silenzio che stava inglobando la mia riflessione. “ È abbastanza! Ora dobbiamo cominciare! La vita è nelle nostre mani.
Barcolla insensatamente, ma noi stiamo fermi e vogliamo diventare il suo pugno
e le sue mete. “ Mi colpì nel vivo della carne e quella ferita cominciò a
bruciare. E poi quel bruciore si trasformò in riflessioni contorte ed
aggrovigliate a quel concetto di esistenza che mi stava tormentando: forse
perché non riusciva a venire fuori libero. Da tutte quelle convenzioni. Quelle
che quel vecchietto sembrava manipolare con tanta facilità. Con tanta passione.
Si. Forse era quello il segreto. Quella passione! Quella che poi ti fa pensare
che il mondo potrebbe anche non essere vero. Ma in fondo che importa! A chi
importa! Ciò che importa è che vuole tornare a casa, anche per mezzo della mia
personalità forse. Per mezzo della verità! Si. È abbastanza! Ora dovrei
cominciare! Quella frase mi aveva sprofondato dentro un attimo di silenzio che
quel vecchietto accolse divertito,
mimando con le braccia la velocità che quelle sue macchine appese ai
muri lasciavano intendere proprio sfrecciando da una parete all’altra. Già!
Quella sua passione lo aveva sostenuto, e gli avrebbe permesso di tornare a
casa. Con quel suo modo di essere. Con quella sua verità! Con quella sua
passione indiscutibile ed inarrivabile a chi non è capace di vedere. Di
ascoltare. Si. Di tornare a casa! Là dove l’essere non è semplicemente
l’oggetto che ti sta davanti. Quella forma definita che sono capace di pensare.
Anche, ma non solo perché mi sta davanti. Ed allora! Se io sono qui con la
mente attorcigliata attorno a quella forma e sono capace di riempirla con i
miei problemi e con i miei contenuti, allora io non sono definito, non sono un
oggetto. Ne quello ne altri. Già. Io. Singolo, la cui libertà sfugge ad ogni
definizione. Ecco! Che tutto ciò che è reale è anche razionale perde
consistenza e poi affonda nella sua definizione. Si. Poi affonda! Già.
Io, singolo. Una determinazione
interiore che si eredita e poi si tramanda. Uno sguardo a quell’eredità che il
nostro Io getta ogni volta in quella direzione forse spinto da un imperativo intimo
geneticamente improntato al futuro. Quel futuro a cui lo spirito ammicca forse
perché sa! Forse perché è già storia. Già eredità. Senza la pretesa di voler
essere assoluto come le formule Hegeliane vorrebbero lasciar pensare. O di
poterlo diventare percorrendo quella forma a spirale dentro cui Benedetto Croce
imbriglia la storia. Che non finisce. Che non può finire! Già! Non può finire!
Ed allora lo spirito potrebbe essere un impulso a cui siamo costretti. Che non
si sazia mai. Perché deve divenire. Dovrà sempre divenire. Dentro quella
spirale! Senza nessuna possibilità di acquietamento.
Non so perché. Già! Ma quel
personaggio mi era davvero simpatico. Ogni tanto attraversava i miei sogni con
la rapidità che quei suoi quadri ti lasciavano inseguire per poi lasciarti lì,
col naso sulla vetrina, ad inseguire invece quei sogni che la pioggia grondando
dal mio pastrano lasciava poi come corpi morti, lì, a galleggiare, ai miei
piedi. E poi. Guardarli. Così, un po’ dall’alto, galleggiare in una pozza che
li recinta e poi li limita a quelle opportunità che caso e destino a volte
sembrano contendersi. Sembrano rubarsi. Urtandosi e lambendosi dentro una pozza
che la vita alimenta ed a volte prosciuga. Lasciandoli lì a disegnare motivi
inaccessibili alla ragione ma non a quel senso dell’estetica che sembra invece
ricomporre tutto come in un quadro espressionista. Si. Quel vecchietto dadaista
aveva ragione. La passione! È la passione che alimenta quella pozza.
Permettendo ai sogni di galleggiare. Così che urtandosi e lambendosi possano
disegnare forme incomprensibili ma esteticamente perfette. Incomprensibili alla
ragione forse! Ma non all’anima che evidentemente con quei concetti estetici
trova più familiarità. Già. La rivolta dell’interiore sull’esteriore. La
sensibilità di quel movimento artistico era ferocemente aggrappata alla vita,
ed ogni volta che incrociavo quel vecchietto non mancavo di ricordarmelo. Non
mancava di ricordarmelo. “ Vedi! “ Cominciava con quella vocina tagliente un
gesto che poi la sua mano continuava su una tela allo stesso modo in cui il suo
spirito stava vivendo quell’attimo. “ Chissà perché sono qui! In questo
momento! In questo modo. Non so! Sai, forse per eredità! O magari pigrizia!
Qualcuno lo chiama destino! Io credo che ci sia un senso estetico della
finalità. Un senso in cui piacere e dispiacere confluiscono in forme
esteticamente perfette. “ Quelle forme astratte che la sua sensibilità
artistica evidentemente tirava fuori dall’interiorità. Si! La rivolta
dell’interiore sull’esteriore! Si. Quel sentimento che mi teneva lì sotto la
pioggia a guardare forme che la ragione avrebbe considerato macchie.
Inutilmente penetrabili. Inutilmente traducibili. Allora la ragione forse è il
faro ma non la luce! Ed in quella sua Critica della facoltà del giudizio Kant
forse l’aveva vista lunga nell’associare il sentimento di piacere e di dispiacere
con la facoltà di giudizio e con quel principio a priori della finalità. Una
rivoluzione dell’intera filosofia critica. E trascendentale. Si. Soprattutto
nel proporre quella struttura trascendentale dell’uomo in cui tensione
conoscitiva e destinazione morale si fondono. Si urtano. Si lambiscono. E lo
fanno più facilmente attraverso quella riflessione in cui giudizio e sentimento
si ritrovano nella pozza dell’esperienza estetica. A galleggiare. Disegnando
forme che forse la finalità suggerisce loro. Ecco! Quell’estetica
trascendentale che tratta delle forme a priori della sensibilità. Che poi Kant
associa alla Logica trascendentale che invece tratta delle leggi
dell’intelletto. Ed allora Estetica e Logica ricostruiscono la struttura
trascendentale dell’uomo. Della conoscenza.
Trascendentale perché è a priori!
Perché è la luce! Non il faro! E perché le forme a priori della sensibilità e i
concetti puri dell’intelletto, non possono abbandonarsi! Si non possono
abbandonarsi! Perché i pensieri senza contenuto sarebbero vuoti ovvero le
intuizioni senza concetti sarebbero cieche. Inutili! Conoscenza allora! Sapere!
E magari verità! Dove sensibilità ed intelletto sono funzioni conoscitive
diverse ma entrambe indispensabili. Non sono solo lo strumento. Il faro! Diventano
la luce. Si. La luce! Quella che illumina ed allo stesso modo emoziona. Quella
che ha lasciato pensare a Kant che la bellezza potesse anche essere simbolo
della moralità. Perché bello e bene entrano dentro quella sua riflessione nel
modo immediato e disinteressato del piacere o in quello mediato e interessato
del giudizio morale che obbliga invece la ragione a un dover essere. Già! Dover
essere! Quel dover essere. Quello che obbliga. Alla rivolta dell’interiore
sull’esteriore. Quello che contrappone l’universalità soggettiva del giudizio
estetico all’universalità oggettiva del giudizio morale. Già. Logica
trascendentale e intelletto. Quel pensare a priori. Che nulla ha a che fare col
giudizio bigotto e perbenista. Così se la ragione viene fuori con tutto il suo
peso e la sua superiorità anche nel giudizio del bello allora il gusto potrebbe
persino essere funzionale alla destinazione morale dell’individuo. Quell’individuo
che quel vecchio dadaista incarnava così bene proprio nel riuscire a mediare
intelletto e sensibilità, attraverso quella creatività capace di pensare e
comunicare l’inesprimibile. Si! L’inesprimibile. Come quella sensazione con cui
una comprensione inattesa ti può lasciare.
Così, con lo sguardo su quelle
macchine che ostentavano il loro dinamismo lasciando intendere di poter balzare
da una parete all’altra, e col pensiero su quel fare baluginante con cui le
luci al neon della vetrina sembravano richiamare i passanti, rimasi lì davanti
col naso su quel vetro che le gocce di pioggia disegnavano confusamente. Mentre
quelle che il mio pastrano aveva raccolto fino a quel momento scendevano pigre
ed altrettanto confuse per poi raccogliersi lì sotto, ai miei piedi, per
permettere ai miei sogni di galleggiare, ed alla bellezza forse di non morire…..